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    Archivio per ottobre 2009

    Basha al-Atrash (1891-1982)

    Pubblicato da giorgiboy82 su 21 ottobre 2009

    Basha al-Atrash

    Con un gesto molto significativo, il presidente siriano Bashar al-Assad, il 16 ottobre, ha dato ordine di spostare le spoglie di Basha al-Atrash, per riporle nel monumento dedicato ai martiri della “Grande Rivoluzione Siriana” (1925-1927), sito nella città di al-Qrayya, città natale di al-Atrash. Questo monumento è simbolo della profonda unità nazionale presente nel nostro Paese…

    Basha al-Atrash è nato ad al-Qrayya, un piccolo villaggio presso la provincia di Sweida, nel 1891. Suo padre fu il martire Duqan bin Mustafa bin Ismail, morto per impiccagione il 5 marzo del 1911. Sua madre era la signora al-Atrash. Basha era il più grande dei suoi fratelli Ali, Mustafa (morto da martire durante la “Grande Rivoluzione Siriana” nella battaglia di al-Kafir, nel 1925), Zyad, Samya e Naaim. Si sposò con una ragazza turca, figlia dello “sheykh”[1] Ibrahim abu Fakhar, e da lei ebbe tre figli maschi, Mansur, Naser e Talal, e sette figlie.

    Al-Atrash partecipò alla “Grande Rivoluzione Araba” e fu tra le prime linee dell’esercito arabo che liberò Damasco nel 1918…

    Nell’agosto del 1925 innescò i fuochi della “Grande Rivoluzione Siriana”, quando attaccò la sede del capo dell’esercito francese a Salkhad. La Rivoluzione si sparse, coinvolgendo la Siria intera.

    Al-Atrash fu scelto all’unanimità come comandante capo della Rivoluzione e chiamò il popolo alle armi dicendo: “Alle armi! Alle armi, oh gloriosi fratelli arabi…gli invasori hanno depredato il nostro denaro e si sono appropriati dei nostri beni, dividendo la nostra patria in tanti piccoli staterelli e frammentandoci in popoli e sette distinte. Hanno ostacolato la nostra libertà di pensiero, di espressione e di religione”.

    Al-Atrash è stato a capo di numerose battaglie contro i francesi: la battaglia di al-Kafir, la battaglia di al-Mazra’a, la battaglia di Salkhad, la battaglia di al-Musafira e la battaglia di Sweida. Nel 1927, quando si concluse la Rivoluzione, al-Atrash e gli altri rivoluzionari si rifugiarono nella valle di al-Azraq, nella parte orientale della Giordania, ma furono costretti dalle forze di occupazione britanniche ad abbandonare la regione per poi rifugiarsi nella valle di al-Sarhan, in Arabia Saudita. Qui, per dieci anni condussero una vita di stenti, vivendo in condizioni difficili. Tornarono in patria, acclamati dal popolo, il 18 maggio del 1937, dopo che Siria e Francia avevano firmato un trattato di pace nel 1936.

    Mi ritorna alla mente quel sentimento di orgoglio che provavamo al momento del loro ritorno in patria: eravamo studenti di scuola elementare, erano i giorni di “Aid al-Jala”[2], dalle pareti della mia casa, semplice ed antica, nel centro del mercato della città di al-Haska, dominavano le foto di Basha al-Atrash e dei suoi genitori benedetti da Dio. Ricordo anche del dottor Faris al-Atrash e della signora Umm Jamil al-Atrash, sono loro che ci hanno curato dai raffreddori, con erbe e olio di oliva, durante i rigidi inverni di al-Haska.

    Infine, ricordo il giorno dei funerali di Basha al-Atrash, alla cerimonia erano presenti molte persone provenienti da ogni regione siriana, dal Libano, dalla Giordania e dalle terre palestinesi occupate. Era presente, nella sua veste ufficiale, anche il presidente siriano Hafez al-Assad, che omaggiò la salma, chiamando al-Atrash “comandante in capo della Grande Rivoluzione Siriana”.

    Baladna n° 1113. Martedì 20 ottobre 2009

    Traduzione di Giorgio Brocco


    [1] Titolo dato a dignitari religiosi, membri delle confraternite, professori delle scuole religiose superiori, capi famiglia [vocabolario arabo-italiano – Renato Traini, Istituto per l’Oriente, Roma]

    [2] Festività musulmana

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    L’America sa che i palestinesi sono esseri umani?

    Pubblicato da giorgiboy82 su 20 ottobre 2009

    pace-israele-e-palestina

    Mediatori politici discutono a Washington sul progetto che il presidente Barak Obama vuole portare avanti per risolvere la questione palestinese. Obama è consapevole dei rischi che corre nel tentare di risolvere questa situazione che, nonostante molti sforzi diplomatici e politici, sia internazionali che americani, fino ad ora resta irrisolta.

    Alcuni osservatori politici che si trovano nella capitale americana affermano che il presidente Obama è ben consapevole dell’importanza dell’intervento americano sulla questione palestinese. E aggiungono che il presidente Obama ha deciso di impegnarsi a fondo in questo tentativo in cui hanno fallito tutti i presidenti americani, incluso l’ex presidente Jimmy Carter il quale diresse le operazioni di pace tra Egitto e Israele, ma che non riuscì a risolvere la questione palestinese.

    Per poter arrivare ad una pace estesa e condivisa il presidente americano deve fare pressione su Israele: lo Stato ebraico dipende dagli Stati Uniti in campo economico e di fornitura di armi. In più, gli USA hanno sempre rappresentato una copertura diplomatica e politica nel mondo (soprattutto quello occidentale) per Israele. In poche parole, se l’America non userà l’arma della pressione politica su Israele, nessuna soluzione sarà possibile.

    Forse, la crisi di Suez rappresenta l’esempio più eclatante del potere di influenza che gli Stati Uniti hanno su Israele (e su altre nazioni). La crisi di Suez ha avuto luogo nel 1956 e si è conclusa il giorno in cui il presidente americano Dwight Eisenhower è sceso in campo per fermare l’aggressione tripartita di Israele, Gran Bretagna e Francia ai danni dell’Egitto. L’intervento americano avvenne dopo che il presidente sovietico Bulganin ammonì duramente gli aggressori. È possibile che il presidente Obama prenda una posizione simile a quella presa da Eisenhower?

    Il presidente Barak Obama è un uomo colto, che legge molto e prova sempre a imparare dalle esperienze dei presidenti precedenti e dagli insegnamenti della storia mondiale e del suo Paese. Ciò, lo pone vicino all’idea di “presidente filosofo”, come sognava Aristotele: un presidente colto, saggio e intellettuale!

    Il presidente Obama ha trasformato la Casa Bianca in un alveare contenente persone colte e intellettuali, e tenterà di plasmare la questione palestinese sul medesimo modello della Casa Bianca. Perciò, ha iniziato a dialogare, oltre che con intellettuali americani, anche con intellettuali palestinesi, come per esempio Ibrahim Rashid al-Khaldi, professore presso l’università di Chicago (città di Obama). Questo atteggiamento getta le basi per una soluzione della questione palestinese, in più può essere utile a risolvere le diverse situazioni che affliggono tutto il Terzo Mondo.

    Alla luce di ciò, Obama prova a portare avanti il suo progetto tenendo conto dei tentativi degli ex presidenti americani. Tra questi tentativi, quello che si avvicinò di più al successo fu quello di Bill Clinton. Oggi sua moglie è il ministro degli esteri americano. Il resto dei presidenti americani, invece, non combinò molto in questo campo.

    Alcuni libri americani, su tutti l’ultimo libro di Patrick Taylor “The Finest Hours”, analizzano la vittoriosa politica americana del presidente Eisenhower, che risolse la crisi di Suez, definendola come “un passato lontano”. Mentre, il governo di Carter raggiunse soluzioni parziali, ma rimase ben lontano da soluzioni definitive, e il governo del presidente Bush senior non mise in pratica le parole che pronunciò in favore di una soluzione della questione palestinese, anzi finanziò il governo israeliano con 10 miliardi di dollari per la costruzione di nuove colonie sulle terre palestinesi. Anche il governo del figlio, George W. Bush, primo responsabile della distruzione dell’Iraq, non fece alcuno sforzo effettivo per trovare una soluzione!

    Resta, quindi, il tentativo dell’amministrazione Clinton, che è il più prossimo al progetto di Obama, e come assicurano alcuni: “oggi Obama si è circondato con un gran numero di ex consiglieri di Clinton”. Il summit di Camp David, tenutosi tra Bill Clinton, Yasser Arafat ed Ehud Barak, arrivò sull’orlo del successo. Obama, se vuole risolvere davvero la questione palestinese, deve tener conto dei risultati del summit di Camp David.

    I media americani e israeliani hanno fornito un’immagine entusiasta e superficiale del summit di Camp David tenutosi nel luglio del 2000 tra palestinesi, rappresentati da Yasser Arafat, e israeliani, rappresentati da Ehud Barak. Poi, hanno attribuito il fallimento del summit agli atteggiamenti intransigenti di Arafat e al suo rifiuto della mediazione americana. Questa triste immagine ha dominato il mondo internazionale e a volte anche quello arabo.

    Ma tutto ciò è molto lontano dalla realtà. Con gli accordi di Oslo del 1993 e quelli di Camp David del 2000, i palestinesi hanno riconosciuto le richieste israeliane, ma gli israeliani non hanno fatto altrettanto con le richieste palestinesi. Dopo gli accordi di Oslo e quelli di Camp David, Israele ha mantenuto tutte le terre occupate durante la guerra del 1967, mentre i palestinesi ne reclamavano invano la restituzione!

    Non c’è possibilità di ritorno alle ripartizioni di Oslo e di Camp David. Ciò avviene a causa del rifiuto israeliano di assecondare le richieste arabe concordate nel summit di Camp David del 2000. Le necessità palestinesi e israeliane sono differenti: Israele ha bisogno di rifiutare l’applicazione delle leggi, mentre la parte palestinese ha bisogno della loro applicazione.

    Nel libro del mediatore americano, David Ross, “La Pace Perduta”, lo scrittore illustra specificatamente i motivi del fallimento degli accordi di pace di Camp David. Ross ha scoperto alcune verità politiche e afferma che “ci hanno mentito nel dire come stavano le cose”. In queste “confessioni”, volendo o non volendo, scopre la realtà di Israele che, in breve, tenta di aggirare la legge e si arrabbia quando non ottiene ciò che vuole o quando deve accettare qualcosa a lei sgradita. Nell’ultima parte lo scrittore esamina i “bisogni” israeliani.

    Ross, nel suo libro accusa di arroganza il presidente americano Bill Clinton reo di aver rifiutato le richieste palestinesi di fronte alla legge internazionale, e dice: “questo non è il Consiglio di Sicurezza, né l’Assemblea Generale, ma è il presidente degli Stati Uniti d’America”. Mentre, lo scrittore ebreo (antisionista) Norman Finkelstein, descrivendo i profitti israeliani derivati dal summit di Camp David, dice: “il summit è consistito in perdite palestinesi e guadagni israeliani”.

    Ross ha scoperto il motivo del rifiuto israeliano di accettare le richieste palestinesi, attraverso la dichiarazione di un membro della delegazione israeliana Sheer Galad, che afferma: “abbiamo offerto un contratto non contrattabile”.

    E aggiunge che Israele, appoggiato dagli Stati Uniti, “ha impostato le operazioni di pace in base alle proprie esigenze”. Le operazioni di pace dovevano tener conto solo dei bisogni israeliani (per le terre, per l’acqua, per i confini di sicurezza, ecc.)! In questo contesto si può enunciare l’affermazione di Clinton che diceva: “pensare che i colloqui di pace vertono sui diritti (palestinesi) e non sui bisogni (israeliani) è errato”.

    I palestinesi ricordano la crisi tra Egitto e Israele e quella tra Kuwait e Iraq, che si conclusero con il ritiro da tutte le terre occupate da parte dell’esercito israeliano e di quello iracheno, e si chiedono: perché ciò non accade anche in Palestina? Perché gli Stati Uniti non insistono con Israele affinché rispetti le leggi, invece di pensare alle necessità dello Stato ebraico? La risposta ci viene fornita da Ross: “perché i bisogni israeliani sono più importanti dei diritti palestinesi!”. Poi, aggiunge: “i bisogni palestinesi sono stati considerati come bisogni simbolici, mentre i bisogni reali erano quelli di Israele”.

    Mentre, il libro di Norman Finkelstein conclude dicendo che i colloqui di Camp David avrebbero potuto aver successo “se i palestinesi fossero stati considerati degli esseri umani!”.

    In conclusione, diciamo che se il piano, del presidente americano Obama, per arrivare ad una pace vuole aver successo, allora deve tener conto che i palestinesi sono esseri umani e gli vanno riconosciuti diritti e necessità.

    Al Jeel – Volume: 30, Numero: 10, Ottobre 2009

    Traduzione di Giorgio Brocco

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