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    Il “Consiglio Nazionale per la Libertà di Espressione” di Damasco condanna l’arresto di Muhammad Saleh Khalil, membro del partito “al-Party”

    Pubblicato da giorgiboy82 su 17 novembre 2009

    Damasco – Il giorno dieci del mese corrente, le forze di sicurezza siriane hanno arrestato ad Aleppo, in maniera dispotica, l’attivista curdo Muhammad Saleh Khalil, membro del partito democratico curdo “al-Party” (attivo in Siria) e membro del “Consiglio Nazionale per la Libertà di Espressione” di Damasco.

    Il “Consiglio Nazionale per la Libertà di Espressione” di Damasco condanna questo arresto ingiustificato e considera tali procedimenti un pericolo per la vita dei siriani e per la loro stabilità sociale. L’arresto politico è divenuto un tratto distintivo siriano e testimonia i continui tentativi di repressione del popolo. Nonostante questi metodi si perpetuino da 46 anni, il dispotismo ne uscirà sconfitto.

    Il “Consiglio Nazionale per la Libertà di Espressione” di Damasco richiede il rilascio di tutti i detenuti politici e afferma che questo è un passo necessario per risolvere la crisi democratica della Siria.

     

    www.metransparent.net

    Lunedì 16 novembre 2009

    Traduzione di Giorgio Brocco

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    Il presidente al-Assad alla delegazione svizzera: “per arrivare ad una vera pace è necessario trattare l’insieme dei problemi che impediscono la sua realizzazione, a partire dal ritorno delle terre arabe occupate e il rimpatrio dei rifugiati palestinesi”

    Pubblicato da giorgiboy82 su 2 novembre 2009

    assad-svizzera

    Damasco – Questa mattina, il presidente siriano Bashar al-Assad ha discusso con la delegazione parlamentare elvetica, guidata dal signor Dick Marty, presidente della Commissione per gli Affari Esteri, degli sviluppi politici della regione. In particolare, delle terre palestinesi occupate, dell’Iraq e del Libano.

    Il presidente al-Assad ha ribadito che la Siria si auspica l’instaurazione di una pace giusta e totale nella regione e che la mancanza di un vero partner per la pace è un impedimento per la sua realizzazione. Perciò è necessario appoggiare l’Europa per ottenere la mediazione turca nelle operazioni di pace.

    Poi, il presidente al-Assad ha aggiunto che “per arrivare ad una vera pace è necessario trattare l’insieme dei problemi che impediscono la sua realizzazione, a partire dal ritorno delle terre arabe occupate e il rimpatrio dei rifugiati palestinesi”

    Hanno partecipato all’incontro anche Suleiman Haddad, presidente della commissione per gli affari esteri arabi, e l’ambasciatore della Confederazione Svizzera a Damasco.

    Il dottor Mahmud al-Abrash, presidente della Commissione Popolare, ha discusso con Marty e con la delegazione elvetica a cui è a capo, sulle relazioni parlamentari tra Siria e Svizzera e sul percorso da intraprendere per migliorare i rapporti tra i due Paesi.

    La delegazione svizzera si è anche riunita con la Commissione per le Relazioni Arabe ed Estere, con la quale si è instaurato un rapporto di amicizia parlamentare tra i due Paesi.

    Intervistato da SANA, Marty si dice soddisfatto del suo incontro con il presidente al-Assad, elogiandolo per i grandi sforzi che sta compiendo per il raggiungimento della pace in Medio Oriente.

    E aggiunge: “questo è stato il mio primo viaggio in Siria, dove ho potuto toccare con mano la volontà siriana di raggiungere la pace. L’unica strada per raggiungere tale scopo è quella del dialogo”.

     

     

    SANA, lunedì 2 novembre 2009: www.sana.sy

    Traduzione di Giorgio Brocco

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    Basha al-Atrash (1891-1982)

    Pubblicato da giorgiboy82 su 21 ottobre 2009

    Basha al-Atrash

    Con un gesto molto significativo, il presidente siriano Bashar al-Assad, il 16 ottobre, ha dato ordine di spostare le spoglie di Basha al-Atrash, per riporle nel monumento dedicato ai martiri della “Grande Rivoluzione Siriana” (1925-1927), sito nella città di al-Qrayya, città natale di al-Atrash. Questo monumento è simbolo della profonda unità nazionale presente nel nostro Paese…

    Basha al-Atrash è nato ad al-Qrayya, un piccolo villaggio presso la provincia di Sweida, nel 1891. Suo padre fu il martire Duqan bin Mustafa bin Ismail, morto per impiccagione il 5 marzo del 1911. Sua madre era la signora al-Atrash. Basha era il più grande dei suoi fratelli Ali, Mustafa (morto da martire durante la “Grande Rivoluzione Siriana” nella battaglia di al-Kafir, nel 1925), Zyad, Samya e Naaim. Si sposò con una ragazza turca, figlia dello “sheykh”[1] Ibrahim abu Fakhar, e da lei ebbe tre figli maschi, Mansur, Naser e Talal, e sette figlie.

    Al-Atrash partecipò alla “Grande Rivoluzione Araba” e fu tra le prime linee dell’esercito arabo che liberò Damasco nel 1918…

    Nell’agosto del 1925 innescò i fuochi della “Grande Rivoluzione Siriana”, quando attaccò la sede del capo dell’esercito francese a Salkhad. La Rivoluzione si sparse, coinvolgendo la Siria intera.

    Al-Atrash fu scelto all’unanimità come comandante capo della Rivoluzione e chiamò il popolo alle armi dicendo: “Alle armi! Alle armi, oh gloriosi fratelli arabi…gli invasori hanno depredato il nostro denaro e si sono appropriati dei nostri beni, dividendo la nostra patria in tanti piccoli staterelli e frammentandoci in popoli e sette distinte. Hanno ostacolato la nostra libertà di pensiero, di espressione e di religione”.

    Al-Atrash è stato a capo di numerose battaglie contro i francesi: la battaglia di al-Kafir, la battaglia di al-Mazra’a, la battaglia di Salkhad, la battaglia di al-Musafira e la battaglia di Sweida. Nel 1927, quando si concluse la Rivoluzione, al-Atrash e gli altri rivoluzionari si rifugiarono nella valle di al-Azraq, nella parte orientale della Giordania, ma furono costretti dalle forze di occupazione britanniche ad abbandonare la regione per poi rifugiarsi nella valle di al-Sarhan, in Arabia Saudita. Qui, per dieci anni condussero una vita di stenti, vivendo in condizioni difficili. Tornarono in patria, acclamati dal popolo, il 18 maggio del 1937, dopo che Siria e Francia avevano firmato un trattato di pace nel 1936.

    Mi ritorna alla mente quel sentimento di orgoglio che provavamo al momento del loro ritorno in patria: eravamo studenti di scuola elementare, erano i giorni di “Aid al-Jala”[2], dalle pareti della mia casa, semplice ed antica, nel centro del mercato della città di al-Haska, dominavano le foto di Basha al-Atrash e dei suoi genitori benedetti da Dio. Ricordo anche del dottor Faris al-Atrash e della signora Umm Jamil al-Atrash, sono loro che ci hanno curato dai raffreddori, con erbe e olio di oliva, durante i rigidi inverni di al-Haska.

    Infine, ricordo il giorno dei funerali di Basha al-Atrash, alla cerimonia erano presenti molte persone provenienti da ogni regione siriana, dal Libano, dalla Giordania e dalle terre palestinesi occupate. Era presente, nella sua veste ufficiale, anche il presidente siriano Hafez al-Assad, che omaggiò la salma, chiamando al-Atrash “comandante in capo della Grande Rivoluzione Siriana”.

    Baladna n° 1113. Martedì 20 ottobre 2009

    Traduzione di Giorgio Brocco


    [1] Titolo dato a dignitari religiosi, membri delle confraternite, professori delle scuole religiose superiori, capi famiglia [vocabolario arabo-italiano – Renato Traini, Istituto per l’Oriente, Roma]

    [2] Festività musulmana

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    L’America sa che i palestinesi sono esseri umani?

    Pubblicato da giorgiboy82 su 20 ottobre 2009

    pace-israele-e-palestina

    Mediatori politici discutono a Washington sul progetto che il presidente Barak Obama vuole portare avanti per risolvere la questione palestinese. Obama è consapevole dei rischi che corre nel tentare di risolvere questa situazione che, nonostante molti sforzi diplomatici e politici, sia internazionali che americani, fino ad ora resta irrisolta.

    Alcuni osservatori politici che si trovano nella capitale americana affermano che il presidente Obama è ben consapevole dell’importanza dell’intervento americano sulla questione palestinese. E aggiungono che il presidente Obama ha deciso di impegnarsi a fondo in questo tentativo in cui hanno fallito tutti i presidenti americani, incluso l’ex presidente Jimmy Carter il quale diresse le operazioni di pace tra Egitto e Israele, ma che non riuscì a risolvere la questione palestinese.

    Per poter arrivare ad una pace estesa e condivisa il presidente americano deve fare pressione su Israele: lo Stato ebraico dipende dagli Stati Uniti in campo economico e di fornitura di armi. In più, gli USA hanno sempre rappresentato una copertura diplomatica e politica nel mondo (soprattutto quello occidentale) per Israele. In poche parole, se l’America non userà l’arma della pressione politica su Israele, nessuna soluzione sarà possibile.

    Forse, la crisi di Suez rappresenta l’esempio più eclatante del potere di influenza che gli Stati Uniti hanno su Israele (e su altre nazioni). La crisi di Suez ha avuto luogo nel 1956 e si è conclusa il giorno in cui il presidente americano Dwight Eisenhower è sceso in campo per fermare l’aggressione tripartita di Israele, Gran Bretagna e Francia ai danni dell’Egitto. L’intervento americano avvenne dopo che il presidente sovietico Bulganin ammonì duramente gli aggressori. È possibile che il presidente Obama prenda una posizione simile a quella presa da Eisenhower?

    Il presidente Barak Obama è un uomo colto, che legge molto e prova sempre a imparare dalle esperienze dei presidenti precedenti e dagli insegnamenti della storia mondiale e del suo Paese. Ciò, lo pone vicino all’idea di “presidente filosofo”, come sognava Aristotele: un presidente colto, saggio e intellettuale!

    Il presidente Obama ha trasformato la Casa Bianca in un alveare contenente persone colte e intellettuali, e tenterà di plasmare la questione palestinese sul medesimo modello della Casa Bianca. Perciò, ha iniziato a dialogare, oltre che con intellettuali americani, anche con intellettuali palestinesi, come per esempio Ibrahim Rashid al-Khaldi, professore presso l’università di Chicago (città di Obama). Questo atteggiamento getta le basi per una soluzione della questione palestinese, in più può essere utile a risolvere le diverse situazioni che affliggono tutto il Terzo Mondo.

    Alla luce di ciò, Obama prova a portare avanti il suo progetto tenendo conto dei tentativi degli ex presidenti americani. Tra questi tentativi, quello che si avvicinò di più al successo fu quello di Bill Clinton. Oggi sua moglie è il ministro degli esteri americano. Il resto dei presidenti americani, invece, non combinò molto in questo campo.

    Alcuni libri americani, su tutti l’ultimo libro di Patrick Taylor “The Finest Hours”, analizzano la vittoriosa politica americana del presidente Eisenhower, che risolse la crisi di Suez, definendola come “un passato lontano”. Mentre, il governo di Carter raggiunse soluzioni parziali, ma rimase ben lontano da soluzioni definitive, e il governo del presidente Bush senior non mise in pratica le parole che pronunciò in favore di una soluzione della questione palestinese, anzi finanziò il governo israeliano con 10 miliardi di dollari per la costruzione di nuove colonie sulle terre palestinesi. Anche il governo del figlio, George W. Bush, primo responsabile della distruzione dell’Iraq, non fece alcuno sforzo effettivo per trovare una soluzione!

    Resta, quindi, il tentativo dell’amministrazione Clinton, che è il più prossimo al progetto di Obama, e come assicurano alcuni: “oggi Obama si è circondato con un gran numero di ex consiglieri di Clinton”. Il summit di Camp David, tenutosi tra Bill Clinton, Yasser Arafat ed Ehud Barak, arrivò sull’orlo del successo. Obama, se vuole risolvere davvero la questione palestinese, deve tener conto dei risultati del summit di Camp David.

    I media americani e israeliani hanno fornito un’immagine entusiasta e superficiale del summit di Camp David tenutosi nel luglio del 2000 tra palestinesi, rappresentati da Yasser Arafat, e israeliani, rappresentati da Ehud Barak. Poi, hanno attribuito il fallimento del summit agli atteggiamenti intransigenti di Arafat e al suo rifiuto della mediazione americana. Questa triste immagine ha dominato il mondo internazionale e a volte anche quello arabo.

    Ma tutto ciò è molto lontano dalla realtà. Con gli accordi di Oslo del 1993 e quelli di Camp David del 2000, i palestinesi hanno riconosciuto le richieste israeliane, ma gli israeliani non hanno fatto altrettanto con le richieste palestinesi. Dopo gli accordi di Oslo e quelli di Camp David, Israele ha mantenuto tutte le terre occupate durante la guerra del 1967, mentre i palestinesi ne reclamavano invano la restituzione!

    Non c’è possibilità di ritorno alle ripartizioni di Oslo e di Camp David. Ciò avviene a causa del rifiuto israeliano di assecondare le richieste arabe concordate nel summit di Camp David del 2000. Le necessità palestinesi e israeliane sono differenti: Israele ha bisogno di rifiutare l’applicazione delle leggi, mentre la parte palestinese ha bisogno della loro applicazione.

    Nel libro del mediatore americano, David Ross, “La Pace Perduta”, lo scrittore illustra specificatamente i motivi del fallimento degli accordi di pace di Camp David. Ross ha scoperto alcune verità politiche e afferma che “ci hanno mentito nel dire come stavano le cose”. In queste “confessioni”, volendo o non volendo, scopre la realtà di Israele che, in breve, tenta di aggirare la legge e si arrabbia quando non ottiene ciò che vuole o quando deve accettare qualcosa a lei sgradita. Nell’ultima parte lo scrittore esamina i “bisogni” israeliani.

    Ross, nel suo libro accusa di arroganza il presidente americano Bill Clinton reo di aver rifiutato le richieste palestinesi di fronte alla legge internazionale, e dice: “questo non è il Consiglio di Sicurezza, né l’Assemblea Generale, ma è il presidente degli Stati Uniti d’America”. Mentre, lo scrittore ebreo (antisionista) Norman Finkelstein, descrivendo i profitti israeliani derivati dal summit di Camp David, dice: “il summit è consistito in perdite palestinesi e guadagni israeliani”.

    Ross ha scoperto il motivo del rifiuto israeliano di accettare le richieste palestinesi, attraverso la dichiarazione di un membro della delegazione israeliana Sheer Galad, che afferma: “abbiamo offerto un contratto non contrattabile”.

    E aggiunge che Israele, appoggiato dagli Stati Uniti, “ha impostato le operazioni di pace in base alle proprie esigenze”. Le operazioni di pace dovevano tener conto solo dei bisogni israeliani (per le terre, per l’acqua, per i confini di sicurezza, ecc.)! In questo contesto si può enunciare l’affermazione di Clinton che diceva: “pensare che i colloqui di pace vertono sui diritti (palestinesi) e non sui bisogni (israeliani) è errato”.

    I palestinesi ricordano la crisi tra Egitto e Israele e quella tra Kuwait e Iraq, che si conclusero con il ritiro da tutte le terre occupate da parte dell’esercito israeliano e di quello iracheno, e si chiedono: perché ciò non accade anche in Palestina? Perché gli Stati Uniti non insistono con Israele affinché rispetti le leggi, invece di pensare alle necessità dello Stato ebraico? La risposta ci viene fornita da Ross: “perché i bisogni israeliani sono più importanti dei diritti palestinesi!”. Poi, aggiunge: “i bisogni palestinesi sono stati considerati come bisogni simbolici, mentre i bisogni reali erano quelli di Israele”.

    Mentre, il libro di Norman Finkelstein conclude dicendo che i colloqui di Camp David avrebbero potuto aver successo “se i palestinesi fossero stati considerati degli esseri umani!”.

    In conclusione, diciamo che se il piano, del presidente americano Obama, per arrivare ad una pace vuole aver successo, allora deve tener conto che i palestinesi sono esseri umani e gli vanno riconosciuti diritti e necessità.

    Al Jeel – Volume: 30, Numero: 10, Ottobre 2009

    Traduzione di Giorgio Brocco

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    Le forze di occupazione israeliane irrompono nella moschea al-Aqsa e bersagliano i fedeli in preghiera con bombe e proiettili

    Pubblicato da giorgiboy82 su 30 settembre 2009

    moschea al-aqsa

    Ieri, le forze di occupazione israeliane hanno attaccato i fedeli in preghiera nella moschea di al-Aqsa, dove all’improvviso si sono visti rovesciare addosso una pioggia di bombe a gas, lacrimogeni e proiettili (sia veri che di gomma). Non si sa di preciso il numero di fedeli arrestati che nel momento dell’assalto si trovavano nel piazzale della moschea. Il risultato dell’assalto è di 19 feriti tra le fila palestinesi. Però, questo numero è destinato ad aumentare a causa degli scontri proseguiti nel pomeriggio.

    È tornata la tranquillità a Gerusalemme Est dopo i combattimenti iniziati a causa degli scontri tra ebrei e musulmani nel piazzale della moschea. Il mondo arabo si dice indignato, mentre i palestinesi invitano a convocare d’urgenza una riunione per discutere su ciò che le forze di occupazione hanno fatto nella città.

    La polizia israeliana ha lanciato lacrimogeni e bombe sonore per disperdere i circa 150 palestinesi che lanciavano pietre agli ebrei entrati nel piazzale della moschea della città vecchia, nel giorno della festività ebraica “festa del perdono”. La polizia ha arrestato otto persone e, secondo testimoni oculari che hanno assistito all’accaduto, ne ha ferite dieci.

    Il ministro palestinese per gli affari religiosi, Muhammad al-Habbash, in conferenza stampa dice che “Invito, in nome del Potere Nazionale Palestinese, della Lega Araba, della Commissione di Gerusalemme e del Congresso Islamico, a convocare d’urgenza, senza ritardi intollerabili, una riunione per discutere su ciò che le forze di occupazione hanno fatto in città”.

    Il Movimento di Resistenza Islamica (Hamas) ieri, tramite un comunicato stampa, ha detto che “l’appropriamento indebito della sacralità di al-Aqsa è un gesto pericoloso. Avvertiamo Israele a non continuare su questa strada, in quanto sarà la responsabile di tutti gli sviluppi che seguiranno questo crimine”.

    Poi, Hamas invita “il potere di Ramallah e il movimento al-Fatah a interrompere la serie di incontri con le forze di occupazione, i quali offrono una copertura per la continuazione di questi crimini”. E ha anche invitato i governi arabi a non fidarsi del nuovo atteggiamento americano e ad abbandonare il clima di silenzio che vige sui crimini effettuati contro la moschea al-Aqsa e contro il popolo palestinese”.

    Hamas ha poi condannato il Congresso Internazionale Arabo per essersi sottomesso all’attacco della moschea. E nel suo comunicato di ieri ha invitato la Commissione Internazionale, il Consiglio di Sicurezza Internazionale, e il Segretario Generale delle Nazioni Unite a intervenire immediatamente per fermare queste violenze che minano gli sforzi di pace.

    Poi è intervenuto anche il governo giordano, che ieri ha condannato la “provocazione israeliana” a Gerusalemme e ha espresso al governo israeliano “protesta e rabbia”. Poi, il ministro delle telecomunicazioni e portavoce ufficiale del governo giordano, Nabil al-Sharif, ha aggiunto che “la Giordania ripudia qualsiasi azione, da parte delle forze di occupazione israeliane, a Gerusalemme e la violazione della moschea al-Aqsa, che rappresenta un’infrazione delle leggi e degli accordi internazionali”.

    Nel pomeriggio di ieri, quando la situazione era tornata stabile, molti poliziotti sono stati inviati a pattugliare le strade della città vecchia, dice il portavoce Miki Ruzenfeld.

    Secondo fonti della polizia, i primi scontri sono divampati nel piazzale della moschea, quando “circa 150 musulmani” hanno attaccato, lanciando pietre, un gruppo di ebrei in preghiera che voleva provocatoriamente pregare nel loro stesso posto. Il portavoce della polizia di Gerusalemme Est, Shamwil bin Robin, dice che in verità il gruppo di ebrei era affianco al posto di preghiera dei musulmani e che a subire l’attacco è stato “un gruppo di turisti francesi non ebrei, che stavano visitando il luogo”. Poi, Yehuda Ghalik, che faceva parte del gruppo di ebrei in preghiera dice che il suo gruppo, composto da circa 200 persone era nella città vecchia dal lato del Muro del Pianto, sulla strada che porta al piazzale della moschea.

    Ma, Qasim abu Raid, testimone oculare, assicura che qualche colone è entrato nel cuore del piazzale della moschea dove la gente stava pregando e che “i coloni ebrei vestono indumenti che li fanno sembrare turisti”.

    Secondo la polizia e alcuni testimoni oculari, presso l’entrata del piazzale della moschea un gruppo di 100 musulmani ha affrontato i coloni innalzando forti slogan e lanciando pietre contro di loro. In quel momento è intervenuta la polizia, che ha fatto uscire i turisti e ha chiuso le porte.

    Il piazzale della moschea al-Aqsa e altri luoghi sacri di Gerusalemme (sacri sia per i musulmani che per gli ebrei) sono stati più volte testimoni delle ripetute violenze tra i palestinesi e gli israeliani. La seconda intifada ebbe inizio proprio in questo luogo, dopo la visita nel quartiere dell’ex primo ministro israeliano, Ariel Sharon, nel settembre del 2000.

    Mentre da Gaza, fonti palestinesi dicono che ieri la Striscia è stata attaccata dall’esercito israeliano, tramite alcune incursioni e colpi intermittenti di artiglieria nella zona di confine. Poi, aggiungono che gli israeliani hanno bombardato molte zone della Striscia, specialmente Mahit, regione montuosa orientale.

    La regione è stata sorvolata da aerei da guerra israeliani, in più sono state lanciate bombe e sparati diversi colpi di mitragliatrice. L’Osservatorio Medico Palestinese rende noto che un ragazzo palestinese è morto ieri per il crollo di un tunnel, nella città di Rafah, al confine tra Egitto e Striscia di Gaza.

    Il dottor Muawia Hasnen, direttore generale del pronto intervento nel ministero della sanità palestinese, ha detto che “Ismail abu Jildan (di vent’anni) è rimasto ucciso nel crollo di un tunnel nel quartiere di al-Salam, nella città di Rafah”. Questo decesso fa salire a 124 il numero di palestinesi uccisi a causa del crollo dei tunnel durante le operazioni israeliane contro il contrabbando, o a causa dei ripetuti bombardamenti israeliani lungo tutta la zona interessata.

    Nella zona di confine tra Palestina ed Egitto ci sono centinaia di tunnel, usati soprattutto per operazioni di contrabbando, a causa del blocco imposto dai poteri israeliani sulla Striscia di Gaza da tre anni.

    Al-Watan n° 739. Lunedì 28 settembre 2009

    Traduzione di Giorgio Brocco

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    Il capo del dipartimento di strategia dell’esercito israeliano: nessuno sa cosa passa per la testa del presidente siriano

    Pubblicato da giorgiboy82 su 27 settembre 2009

    bashar al-assad

    Il capo del dipartimento di strategia dell’esercito israeliano Amir Yeshel parla di gravi “minacce per la sicurezza” dello Stato di Israele per il prossimo anno. Tali minacce provengono dall’Iran e dal suo programma nucleare, dai libanesi di Hezbollah e dal movimento palestinese di Hamas. E aggiunge: “nonostante la potenza delle forze di difesa israeliane, la regione resta soggetta ad attacchi”.

    In un’intervista rilasciata al quotidiano “Haaretz” afferma che Israele sarà impegnata in grandi sfide: “prima di tutto l’Iran, poi i difficili rapporti con i palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, le complicazioni per arrivare ad un accordo per il monitoraggio e la riduzione del traffico di armi verso Hamas ed Hezbollah e altri problemi legati all’acquisto di armi da parte dell’esercito israeliano, soprattutto l’acquisto dell’ultima tecnologia americana nel campo aeronautico: l’aereo da combattimento F35”.

    Poi dice che la prontezza dell’esercito israeliano è il risultato di dure esercitazioni eseguite dopo la seconda guerra in Libano e aggiunge: “non ricordo quando abbiamo avuto forze di difesa, contro Hezbollah, come quelle che abbiamo oggi, anche se ciò non significa che siamo in grado di anticipare una persona che abbia deciso di farsi saltare in aria domattina al confine”. E prosegue dicendo che “il livello delle forze di difesa contro Hamas, dopo l’operazione militare “Piombo Fuso” nella Striscia di Gaza, è aumentato di molto. Ma nonostante ciò, la regione resta soggetta ad attacchi”.

    Yeshel vede che “l’organizzazione terroristica è ben piantata nella regione e per il momento non è possibile estirparla, ma possiamo affrontarla e combatterla a viso aperto. Credo che l’acquisto di missili a corto raggio da parte di Hezbollah e di Hamas stia continuando e si stia incrementando, come l’acquisto di missili a lungo raggio”. E sottolinea che “Israele sta iniziando a capire i rapporti che ci sono tra i diversi fronti, ma non è detto che stiano cooperando tra di loro. Per esempio, durante l’operazione “Piombo Fuso” Hezbollah si è tenuto in disparte”. E aggiunge: “non credo che se arrivi un ordine dall’Iran, Hezbollah lo esegui all’istante. Ma non dobbiamo disfarci dell’idea che se entriamo in conflitto con una fazione anche l’altra interverrà”.

    L’ufficiale israeliano prosegue: “l’asse radicale della regione, guidato dall’Iran, persegue nello sviluppo dell’arma atomica, e oltre ciò ha instaurato una serie di condizioni che minano la nostra sicurezza: a nord Hezbollah ha istituito la sua base logistica in Siria, che funge anche da rete per il traffico di armi, in più è stata restaurata la forza di Hamas allo scopo di indebolirci”. E aggiunge: “l’alta direzione dell’esercito israeliano sta facendo passi verso la Siria per strapparla con forza dall’Iran, suo alleato e quindi indebolire questo asse”. Poi dice che “se la Siria dovesse sorprendentemente uscire dall’asse radicale, ciò non porterà al collasso dell’asse stesso, ma di sicuro influirà fortemente e farà vacillare con forza il suo apparato. Ma qui la domanda da porsi non è sulla possibile uscita della Siria dall’asse, ma è: cosa passa per la testa del presidente siriano, Bashar al-Assad?”.

    E aggiunge: “oggi la Siria danza in due sale da ballo contemporaneamente, senza pagarne il prezzo: continua a fare torti in Iraq e in Libano, e dall’altro lato, si incontra con la first lady francese, Carla Bruni, dopo un lungo periodo di isolamento”.

    Invece, per quanto riguarda il programma nucleare iraniano, Yeshel dice che “il mondo deve insorgere e la comunità internazionale deve unirsi sotto la guida degli Stati Uniti affinché l’Iran fermi il suo programma”. Poi, conferma il grosso impegno preso con gli Stati Uniti: l’acquisto di aerei da combattimento F35 e che i rapporti tra i due Paesi sono eccellenti.

    www.syriahr.com

    Sabato 26 settembre 2009

    Traduzione di Giorgio Brocco

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    Obama si riunisce con Abbas e Netanyahu senza avere “troppe aspettative da un singolo incontro”

    Pubblicato da giorgiboy82 su 23 settembre 2009

    obama-mazen

    In un’atmosfera che non fa presagire grandi probabilità di sviluppo nella ripresa delle trattative sulla questione palestinese, oggi il presidente americano Barak Obama si prende personalmente carico della responsabilità di favorire il dialogo israelo-palestinese per il ritorno al tavolo della trattativa. Il presidente palestinese Mahmud Abbas e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si incontreranno a New York ai margini della seduta del Consiglio Generale delle Nazioni Unite. I tre leader si incontreranno in serata. Il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, dichiara: “non ci aspettiamo molto da questo singolo incontro se non il fatto di continuare a lavorare duramente e quotidianamente per raggiungere con diplomazia una pace duratura”. E aggiunge che l’incontro non consiste in una ripresa delle trattative, bensì in un loro tentativo di rilancio.

    Prima di riunirsi con entrambe, Obama si riunirà separatamente prima con l’uno e poi con l’altro. George Mitchell, l’inviato speciale in Medio Oriente, dice che questi incontri sono “un’ulteriore prova della forte volontà del presidente Obama di raggiungere una pace totale”. E aggiunge che: “Obama vuole incoraggiare le parti a prendersi carico delle responsabilità di pace e nel trovare una cornice positiva per il ritorno alle trattative”.

    Sabato, Mitchell ha concluso il suo viaggio nella regione, dove ha tentato, inutilmente, di convincere Netanyahu ad accettare le richieste americane, ovvero: fermare la costruzione di nuove colonie in Cisgiordania e nella parte orientale di Gerusalemme, in modo da preparare le basi per un ritorno alle trattative.

    L’atteggiamento Israeliano

    Israele riduce le aspettative: il consigliere del presidente, Neer Hafter, dalla stazione radio dell’esercito israeliano dice che Netanyahu persisterà nella sua opposizione al congelamento della costruzione di nuove colonie. Poi afferma: “voi non ascolterete mai il primo ministro dire di fermare la costruzione di nuove colonie, anzi l’opposto… lui pensa che le colonie ebree di Yehuda e di Samara (Cisgiordania) siano un investimento sionista e vede i coloni come suoi e nostri fratelli. Ciò sta alla base del suo modo di agire”.

    I palestinesi

    In un’intervista, Saib Ariqat, capo dell’ufficio trattative della OLP, accoglie calorosamente l’ingresso di Obama nella questione e dice che la lettera mandata dalla comunità internazionale alle due parti, alla fine di agosto, si riferisce alla necessità di lealtà per preparare l’ambiente al ritorno al dialogo. E aggiunge che i palestinesi supportano con forza questo atteggiamento. Poi, afferma che Israele non può scappare dai suoi doveri e che il congelamento delle colonie è un obbligo per lo Stato ebraico e non una condizione per i palestinesi.

    www.annahar.com

    n° 23822. Martedì 22 settembre 2009

    Traduzione di Giorgio Brocco

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    Si svolge la più grande esercitazione militare israelo-americana contro eventuali attacchi dalla Siria o dall’Iran

    Pubblicato da giorgiboy82 su 21 settembre 2009

    Missile

    Tel Aviv. Il Mar Mediterraneo, nel corso dei prossimi giorni, sarà testimone della più grande esercitazione militare congiunta della storia, quella israelo-americana. Questa esercitazione si concentrerà sul come affrontare qualsiasi attacco missilistico multiplo e simultaneo verso Israele (dall’Iran, dalla Siria, dal Libano o dalla Palestina). Il ruolo centrale in questa esercitazione sarà svolto dall’aviazione israeliana e dalla marina americana.

    Nello stesso campo, gli israeliani assistono alla cancellazione, da parte dell’Amministrazione del presidente Barak Obama, del progetto di scudo anti-missilistico messo a punto dall’Amministrazione precedente, il quale prevedeva l’istallazione di missili in Polonia e in Repubblica Ceca. Tale decisione è un tesoro per Israele, in quanto il progetto che dovrebbe sostituire il precedente prevede l’istallazione di missili nel Mar Mediterraneo e con ciò Israele otterrebbe protezione senza il minimo sforzo.

    Lo Stato ebraico ha accolto con favore la decisione americana e ha deciso di inviare il proprio ministro della difesa, Ehud Barak, negli Stati Uniti, dopo le festività ebraiche. Ehud Barak incontrerà il suo equivalente americano Robert Gates e discuterà sulle modalità di realizzazione del progetto.

    A tal proposito, il presidente palestinese Mahmud Abbas (Abu Mazen) dichiara che la missione dell’inviato americano, George Mitchell, è fallita e ha imputato la colpa alla testardaggine israeliana e al suo rifiuto di interrompere la costruzione di nuove colonie. E dal Cairo dice: “la strada per la pace è stata sbarrata”.

    Asharq al-awsat n° 11254. Domenica 20 settembre 2009

    Traduzione di Giorgio Brocco

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    Il Tribunale di Sicurezza Nazionale condanna lo scrittore Karim Arabji a tre anni di reclusione

    Pubblicato da giorgiboy82 su 21 settembre 2009

    Karim Arabji

    L’osservatorio siriano per i diritti umani informa che il Tribunale di Sicurezza Nazionale di Damasco ha condannato a tre anni di reclusione lo scrittore Karim Arabji, domenica 13 settembre 2009, con l’accusa di aver pubblicato false notizie ai danni della nazione, in conformità con la legge siriana n° 286.

    È importante sapere che lo scrittore Karim Arabji (di anni 31) fu arrestato il 7 giugno 2007 dai servizi segreti militari a causa della sua adesione a social network su internet.

    Il Tribunale di Sicurezza Nazionale è stato istituito con il decreto presidenziale n° 47 del 28 marzo 1968 e andò a sostituire il Tribunale Militare Straordinario. Questo nuovo tribunale tratta gli affari politici in maniera illegale, senza tener conto della Costituzione, in quanto fu istituito sotto la protezione di leggi eccezionali.

    La Siria ha firmato un trattato internazionale per i diritti civili e politici. Ed è stata tra le prime nazioni al mondo ad aderire agli appelli mondiali per i diritti umani. Ciò significa che la Siria afferma l’uguaglianza di ogni individuo di fronte alla legge e che acconsente al diritto di ogni cittadino di essere giudicato da un tribunale indipendente e neutrale.

    L’osservatorio siriano per i diritti umani chiede la cancellazione della sentenza emanata dal Tribunale di Sicurezza Nazionale, in quanto costituisce una macchia vergognosa per la giustizia siriana. Il popolo siriano sogna di avere un sistema giuridico equo come nel resto dei Paesi civilizzati, dove non siano presenti questi fenomeni irregolari.

    Allo stesso tempo, l’osservatorio siriano per i diritti umani chiede agli alti poteri siriani il rilascio, immediato e incondizionato, di Karim Arabji e dei membri del “Consiglio Nazionale per la Libertà di Espressione” di Damasco e di tutti i reclusi per reati d’opinione presenti nelle prigioni siriane. In più, richiede lo stop della politica degli arresti barbarici e di mettere un punto all’intromissione del Tribunale di Sicurezza Nazionale negli affari giuridici.

    www.metransparent.net

    Domenica 13 settembre 2009

    Traduzione di Giorgio Brocco

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    Al-Muallim presiede la riunione tra i ministri degli esteri arabi e sottolinea il bisogno di cooperazione per affrontare le sfide

    Pubblicato da giorgiboy82 su 14 settembre 2009

    al muallim

    Il Cairo. È iniziata ieri sera al Cairo, presso la sede della Lega Araba, la sessione regolare numero 132 del Concilio Ministeriale della Lega Araba. La riunione è stata presieduta dal ministro degli esteri siriano Walid Al-Muallim. Hanno partecipato i ministri degli esteri arabi, il segretario generale della Lega Araba, Amru Mussa e il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu.

    Al-Muallim ha presentato un discorso nella seduta di apertura, dicendo: “Mentre stiamo tenendo questa seduta le realtà arabe non sono come noi e le nazioni arabe vorrebbero. Ci sono molte sfide e molti rischi, perciò risulta necessario cooperare e superare differenze e divisioni”. E aggiunge: “La continua occupazione israeliana e la violazione dei diritti del popolo palestinese sono una nostra priorità. La posizione araba è quella di volere una pace giusta e completa sulle basi di Madrid e delle risoluzioni ONU, ma dal lato opposto constatiamo che Israele ancora non si ritira dai territori arabi occupati nel 1967, rifiutandosi così di obbedire alle risoluzioni ONU e alle leggi internazionali presentate fin ora”.

    Poi prosegue dicendo: “In questo periodo stiamo affrontando una politica israeliana basata sulla liquidazione della situazione palestinese, sulla costruzione di nuove colonie e sulla giudeizzazione di Gerusalemme, in aggiunta a uccisioni, confische, embargo e fame del popolo palestinese…Gaza è il più grande testimone di questi atti, i quali sono chiari segni di una mancanza di volontà da parte di Israele nel raggiungere una pace”.

    E aggiunge: “L’attuale tendenza dell’Amministrazione Americana di entrare seriamente nel processo di pace è un segno positivo e costituisce una grande opportunità. Comunque, allo stesso tempo, sottolineiamo che le condizioni per una pace sono risapute e accordate in precedenti risoluzioni ONU. Queste condizioni includono la conclusione di ogni forma di colonizzazione della Palestina e la rimozione dell’embargo imposto al popolo palestinese e soprattutto a quello di Gaza”.

    Poi, il ministro ha chiarito che la grande opportunità che ha la regione per raggiungere una pace stabile, in luce della nuova Amministrazione Americana, non significa l’indebolimento della resistenza in cambio della rinuncia alla costruzione di colonie da parte di Israele, in quanto le attività di colonizzazione sono illegali e Israele è obbligata a congelarle. E dice: “l’iniziativa di pace araba è chiara ed è basata sul ritiro dell’esercito israeliano da tutti i territori arabi occupati, comprese le alture del Golan in Siria, e alla riabilitazione dei diritti del popolo palestinese. Però, la politica israeliana è in netto contrasto con queste condizioni e per contrastare Israele abbiamo bisogno di cooperare tra noi Paesi arabi”. E sottolinea: “Le divisioni all’interno della politica palestinese sono state molto dannose per la Palestina stessa come per il mondo arabo. È fondamentale superare queste divisioni: l’Unità Nazionale Palestinese è necessaria oggi come sarà necessaria domani. La Siria, dal canto suo, ha contribuito a spingere le parti politiche palestinesi a completare la riconciliazione. Noi siamo i primi vincitori di questa riconciliazione in quanto si può raggiungere una pace giusta e totale solo tramite un equo accordo tra le parti palestinesi, basato sulla costituzione di uno Stato palestinese con Gerusalemme capitale e assicurando ai rifugiati palestinesi il diritto di ritorno”.

    Riguardo la situazione irachena Al-Muallim dice che “la Siria ha ripetutamente sottolineato il suo supporto e interesse per un Iraq unito, sovrano e territorialmente integro, come ha sottolineato il suo supporto per il suo processo politico. La Siria pensa che la sicurezza e la stabilità dell’Iraq sono parte integrante della sicurezza siriana e araba in generale”.

    Il ministro degli esteri ha poi aggiunto che “la Siria ha lavorato per il rafforzamento delle relazioni bilaterali tra Siria e Iraq in tutti i campi. Siamo dispiaciuti per l’esplosione avvenuta a Bagdad venerdì scorso, per mano dei terroristi. Noi condanniamo fortemente questi attacchi e ci siamo sorpresi quando, alcuni giorni dopo l’incidente, siamo stati accusati di dar rifugio ai possibili pianificatori dell’attentato. Questi sviluppi sono molto tristi e vanno contro gli interessi siriani ed iracheni, in più, danneggiano la situazione araba generale”. E aggiunge: “Siamo disponibili a risolvere questa crisi sulla base di documenti e prove convincenti…noi, in Siria, abbiamo cura delle vite e degli interessi del popolo iracheno e del legame fraterno che lega il nostro popolo a quello iracheno”.

    Per quanto riguarda lo Yemen, il ministro si auspica che in questa nazione araba prevarrà la sicurezza, dopo gli ultimi sviluppi nel Paese, mostrando il suo supporto all’unità e alla stabilità dello Yemen.

    Sul Sudan, il ministro Al-Muallim ha espresso pieno supporto al popolo e alla sua Amministrazione, e dice: “la Siria si impegnerà ad assicurare l’unità e la sicurezza del Sudan”.

    Poi il ministro ha sottolineato la necessità di costituire in Medio Oriente una zona senza armi di distruzione di massa: “Israele, che possiede armi nucleari, è il motivo che sta dietro la stabilizzazione di tale area. Allo stesso tempo, noi sosteniamo il diritto di ogni nazione all’uso pacifico dell’energia nucleare.” E aggiunge: “Concludo il mio discorso facendo un appello per la solidarietà araba. Come arabi, è nostro dovere favorire la solidarietà tra di noi e unificare il nostro mondo. In questa direzione, il presidente Bashar Al-Assad ha invitato i Paesi arabi, durante il summit di Doha, ad instaurare un meccanismo che gestisca le dispute all’interno del mondo arabo e che aiuti a superare le divisioni presenti al suo interno.

    Al-Baath n° 13760. Giovedì 10 settembre 2009

    Traduzione di Giorgio Brocco

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